Pubblichiamo una conversiazione telefonica con Giorgio Vasta, realizzata in seguito all’incontro con lo scrittore del 28 marzo 2018. A cura di Andrea Carlini.

“[…] sentendo Aurora parlare nel suo inglese sottile e veloce, un tubicino di parole connesse, azzurrine, mi sembra che in confronto l’italiano sia una lingua molle, inadatta al flusso verbale, un grumo di parole che si districa dalla bocca a un ritmo di gran lunga inferiore a quello alacre ed espulsivo.” Tutti conoscono i motivi storico-economici che rendono attualmente l’inglese la lingua della comunicazione di massa: eppure il passo sopraccitato indica suggestivamente un vantaggio costitutivo a monte non necessariamente vincolato alla diacronia. Crede sia possibile un confronto tra inglese ed altre lingue che identifichi le ragioni che rendono sincronicamente l’inglese la lingua più adatta al flusso globalizzato di idee, merci e uomini?

Ospite a Capri nel 2006, David Foster Wallace raccontava che, non capendo una parola d’italiano, gli sembrava di essere tornato alle condizioni di un bambino in una fase anteriore all’apprendimento del linguaggio; non poter capire non era però vissuto in maniera avvilente, bensì liberatoria. Durante il viaggio per i deserti, il ruolo di chi comprende e si esprime era assunto da Ramak1. Essendo il mio inglese mediocre, a me toccava invece il privilegio di non capire, dunque una condizione simile a quella descritta da David Foster Wallace. Non comprendendo, se non a tratti, quello che le persone incontrate nel viaggio dicevano, la conseguenza è stata che ho deciso io il loro discorso, compiendo una ricostruzione – o meglio ancora un’invenzione – drammaturgica del dialogo. Anche per questa ragione, dunque per il fatto che la lingua letteraria è sempre invenzione e non comunicazione, non penso alla lingua inglese come “imperialista”.

Nel libro è un continuo susseguirsi di soglie e di confini più o meno concreti: si va da quello politico-burocratico con il Messico al già citato e misterioso ”Assolutamente nulla per 22 miglia”, col quale si presuppone (ironicamente?) un confine solo per dire che non delimita nulla. Il confine nel deserto, d’altronde, non può che essere fatiscente e suggestivo, come quello sorvegliato dai cani schierati sulla rete metallica, che “difendono feroci il nulla di cui sono custodi”. Proprio questi tre cani sentinelle del niente mi riportano alla mente Il deserto dei Tartari di Buzzati: anche qui un controllo vano di un’altra soglia che al deserto tende e che pure dal deserto si aspetta qualcosa, fosse anche il nemico. Cosa ne pensa?

Penso subito a Ponte e Porta, il saggio in cui Simmel descrive due impulsi dell’essere umano: abitare lo spazio inventando limiti e al contempo sconfinare, oltrepassare i limiti: il ponte e la porta, nel saggio di Simmel, sono funzionali a tutto ciò. Il deserto, in particolare quello che ho raccontato, quello nordamericano, è una continua provocazione del confine. Il confine provoca possesso, e mentre per i nativi americani tutto ciò era vissuto in maniera strutturale, per i coloni il possesso si è trasformato in proprietà, e il concetto nonché la pratica di proprietà spinge a dotarsi di difese.

Il senso del funzionamento di una grande massa territoriale mi riporta alla lettura, parecchi anni fa, di On the Road; leggendo il romanzo di Kerouac mi aveva colpito la quantità di toponimi che connotano la narrazione, toponimi che sembrano rispondere al bisogno di scandire uno spazio immenso attraverso una disseminazione di luoghi più piccoli e precisi. A ogni frammento di spazio, un nome. Come Kerouac, Ramak è uno sconfinatore seriale, qualcuno che sembra agire a partire da un impulso preculturale. Ramak è un cittadino americano che però, non appartenendo alla categoria dei “white american”, si trova spesso a venire interpellato da qualcuno che gli domanda conto e ragione dei suoi spostamenti e più esattamente dei suoi continui sconfinamenti. La risposta di Ramak – una risposta che coincide con il suo movimento nello spazio, con l’attraversamento dei confini – è che a dargli il diritto di trovarsi in un luogo o in un altro è il fatto, semplicissimo e complesso, di non essere altro che un essere umano.

Spike, il fratello di Snoopy, oltre che animale totemico sintesi dello spirito del deserto e immagine dell’auto-esilio, ha anche il compito di sigillare la narrazione. In che senso si può interpretare l’impiego della vignetta fumettistica, somma di testo e immagine, in un libro che già di suo sull’unione di prosa e fotografia si struttura?

Spike è a tutti gli effetti un “disabitante” del deserto, qualcuno che sceglie di vivere lì in una maniera profondamente consapevole. La scelta di includere nel testo le sue strisce discende dall’esigenza di considerare letterario anche (forse soprattutto) un personaggio che proviene dai comics. Per quanto mi riguarda Spike è un personaggio tragico, dallo sguardo insieme tenero e aspro, un visionario disincantato.

Lungo il viaggio è evidente l’ossessione, per gli abitanti delle minuscole e spettrali cittadine, del riciclaggio e del mantenimento di un oggetto oltre l’usura completa e il suo disfacimento. Tutto viene riutilizzato per funzioni diverse da quelle originarie oppure riconvertito a ornamento arrostito dal sole e divorato dalla ruggine. È la norma del deserto: l’oggetto in ogni caso deve perdurare nel tempo, per poter diventare indizio di storie o pietra miliare che partecipi passivamente al passaggio di queste. Che ne pensa?

Non so se sia esatto considerarlo riciclaggio, ma sicuramente vale, negli spazi attraversati dal viaggio, l’idea di una ciclicità, ogni materiale è pensato come incluso in un circuito e in una trasformazione. Ci sono poi casi in cui gli oggetti sembrano sottrarsi a questo impulso trasformativo diventando significativi nella loro persistenza. Penso per esempio alla casa di Jeanne e Rudy, la coppia di Bombay Beach, in California: tra portico e box, Jeanne e Rudy avevano accumulato una tale quantità di oggetti, a occhio tutti provenienti dal loro passato, da dare la sensazione di trovarsi dentro un museo caotico. In questo modo sembravano opporre un tuttopieno al tuttovuoto dello spazio in cui si sono trovati a vivere. Come anche nel caso di Salvation Mountain2, sempre in California, accumulare, oggetti o materiali, vale come gesto apotropaico, serve a tenere a bada il fantasma dell’insignificanza.

  1. Ramak Fazel è sia personaggio di Absolutely Nothing sia persona reale in quanto ha integrato le fotografie scattate durante il viaggio nel progetto.
  2. Salvation Mountain è una montagna composta con materiali di ogni genere realizzata da Leonard Knights e dedicata all’amore e a Gesù. Si trova a sud del deserto della California.

Andrea Carlini è nato a Foligno nel 1994 e studia Lettere a Perugia.

 

 

Categorie: Narrativa

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