Questa intervista segue l’incontro Il piacere dell’esserci con Maurizio Cucchi e Alberto Pellegatta che si è tenuto da Umbrò il 20 ottobre 2017.

Una natura morta in un cassetto apre “Il disperso”. Ma le “bellissime cianfrusaglie” non sono mai gozzaniane, né tantomeno frustoli di una realtà fenomenica aneddotica e sfrangiata da cui indurre una soggettività potentemente allucinata. “Poco meno di un simbolo. Poco più / di una fissazione. O viceversa” l’oggetto è piuttosto sempre indicale di un trauma mai esplicitato e diffuso, per l’assorbimento del quale “Tutto, tutto, / tutto potrà servire chi lo sa”. Risultato delle accumulazioni quindi, mi sembrerebbe, mai un Arcimboldi burlesco, ma l’Odradek di Kafka: un insieme che “appare privo di senso, ma, a suo modo, completo”. Per queste “cose” crede sia corretto parlare di, con la terminologia della psicanalisi di Winnicott, “oggetti transizionali”: di generatori pre-simbolici, cioè, di quello spazio intermedio nel quale il bambino si unisce e contemporaneamente si distacca dal genitore, per poter gradualmente approcciare la realtà oggettiva condivisa senza traumi?

Sinceramente non saprei dire. In ogni caso non era nelle mie intenzioni. E in fondo la mia posizione e condizione rispetto agli oggetti non sono oggi molto mutate.

Per un secondo o un secolo” inaugura, secondo taluni critici, la stagione seconda della sua poesia. E certo tutto concorre ad ampliare il repertorio: i “meravigliosi viaggi del protagonista”; la concretezza ritrovata e sensuale degli oggetti; l’anatomia del corpo cannibalizzato; l’appercezione del mercato; la germinazione rizomatica delle “microvite”; “il cielo di questo sapido paesaggio animale”. In apertura ed in chiusura di raccolta, però, torna “la sagoma ombrosa che si accende di sé”, il disperso. Crede dunque sia necessario riconoscere un punto di flessione nella sua produzione, considerato anche che nel risvolto di copertina della prima raccolta, nell’edizione ’94, è riportato: “Il disperso è un titolo che potrebbe comprendere tutte le mie poesie, anche quelle degli altri libri o future, chissà”?

Non penso proprio che quel libro rappresenti una seconda stagione. Credo che ogni mio libro corrisponda a una stagione diversa dalla precedente, come già tra il primo e il secondo, o tra quello che sto cercando di fare oggi e Malaspina. Quello che pensavo tanti anni fa a proposito di quel titolo non lo penso più oggi. Ogni nuova uscita è un nuovo capitolo distinto, come dicevo, di un tutto di cui non voglio e non posso neanche immaginare la fine.

Il titolo “Vite pulviscolari” sembra suggerire, inizialmente, una qualche tranquillità nebulare: già Lucrezio, eppure, invitava ad osservare l’eterna contesa che travaglia i granelli di polvere illuminati dal sole (II, 114-124). Anche qui le presenze sono tutte formicolio, scatti, attriti, vortici, tremiti, scosse, oscillazioni, scarti, pori ed assorbimenti; sorprese sempre nella pulsazione del gesto operante nella storia. La fissità, d’altro canto, è certo desiderabile geometria, ma anche e soprattutto “sopore negativo” dove la figura in posa è dimidiata nel “mezzo profilo atemporale”: “Quello che resta è lì / e ci fa paura”, fermo come “macchia nera che non vola”. La memoria è cinematica, più che cinematografica, e costantemente intesa alla ricostruzione dell’ “esperienza abrasiva” di un “presente ablativo”. Insomma, crede sia più corretto parlare di fisica che di metafisica per questa sua raccolta?

Sicuramente. Ma lo penso per tutto quello che sono andato scrivendo. Metafisica è un termine che non mi appartiene. È il pensiero di chi osserva il mondo il mio punto di partenza e nel mio procedere.

Anche in Malaspina, la sua ultima raccolta, torna in chiusura di plazer l’immagine dell’unghia, qui doppio della possibilità di “ruvido attrito diretto / della materia”: il presente, “blocco di terra pressato”, non è più limite o caproniano “muro della terra” (contro cui invece vana è la “guerra d’unghie”), al contrario è stratificazione di “inesplorata materia remotissima”, pronta ad essere permeata. È stata forse questa la sua “lenta conquista frugale”, un dettato che riesca a cantare la “più normale / armonia discreta dell’esserci”?

Quella conquista frugale è anche un debito rispetto al pensiero di Latouche. Ma in fondo era una qualcosa di già ben presente in me fin dalla giovinezza. Come si può vedere dalle poesie di allora, di Pradossalmente e con affanno uscite qualche mese fa.

Una domanda al Cucchi antologista. Sempre più spesso nelle antologie si ricorre alla parcellizzazione delle curatele per tentare di garantire una fantomatica obiettività di giudizio di valore: per cui Montale al montalista, Parini al settecentista, e così via secondo l’affastellamento di specialismi. Non trova che questo finisca coll’essere snaturamento della forma antologia, la quale invece, quando sia ipotesi (e mai opinione) di collocazione da parte di una o due personalità definite, risulta utile non solo dal momento che legge in consecuzione ciò che pone, ma anche in quanto coerentemente esclude ciò che non vuol leggere?

Le buone antologie sono sempre state curate da una o due persone. Aprire diversamente il campo significa produrre confusione. Chi antologizza si assume una responsabilità precisa, che è quella di offrire il proprio punto di vista, operando una selezione all’interno di un vasto panorama.

 

Filippo Andrea Rossi vive e studia Lettere a Perugia.

Categorie: Poesia

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