(A margine dell’incontro del 17 maggio 2017, Encontros com a poesia do mundo, pubblichiamo questa intervista a Simone Brantes)

Da cosa nasce la sua poesia? Perché usare questo genere come mezzo di comunicazione?

Credo che la mia poesia, andando indietro nel tempo, pensando alla mia adolescenza e, quindi, coniugando il verbo al passato, sia nata da un’inadeguatezza, da una difficoltà di inserimento nel mondo, come se mi mancasse qualcosa per inserirmici, per trovarvi posto. La poesia per me è nata, in modo nebuloso, come domanda: cosa sarò? In questo senso si è anche mischiata con le domande che mi ponevo sulla sessualità, non perché la poesia debba necessariamente aver a che fare con essa, ma perché si amalgama con ciò che ci segna in modo più essenziale. C’è stata dall’inizio una falla tra me e il mondo, e la poesia vi si è posta al centro, in questo intervallo irreparabile, come un ponte, una specie di comunicazione tra due margini. Credo che la poesia sia essenzialmente questo: un modo di trovare terreno in un abisso. La poesia è la comunicazione che avviene nella comprensione radicale della necessità vitale della comunicazione. Durante l’infanzia, lettura e scrittura non contavano niente per me. Ero solo una bambina che giocava. Credo che avessi dei momenti di consapevolezza perturbatrice della mia stranezza, ma c’era sempre qualche mano che mi riportava nel gioco, nello scherzo. Allora mi ammalai di epatite, rimasi un mese intero a letto guardando dalla finestra il sole che si spargeva per il giardino di casa e per la strada più avanti, quella strada che era sempre stato il mio luogo prediletto, da dove ora mi arrivavano solo i rumori e le grida di allegria degli altri bambini sani. Questo mese intero fu il mese della lacerazione, il mese in cui capii, insieme alla consapevolezza che non ero più una bambina, che mi mancava qualcosa. In questo mese il gioco fu sostituito dai libri che mi arrivarono per mano di una zia. Antichi tascabili western e alcuni best-sellers americani, niente che leggerei oggi, ma libri che mi avviarono a grandi libri. Devo tanto a loro e a mia zia, chiaro. Ma alla strada e ai giochi non tornai mai più davvero. La mia distanza, quella distanza dal mondo di cui parlavo prima, fu materializzata dall’oggetto libro. Ma come possono questi libri che ci allontanano dalla vita essere proprio il luogo in cui la vita ci appare più piena e intensa, in cui ci sembra come il reale più reale? Quindi: la poesia è venuta dalla necessità di comunicare che viene da un non avere un posto (inizialmente non avere un posto è vivere un silenzio difficile) e dall’incontro con i libri che sono passata a voler imitare. Credo che questo sia un incontro essenziale per chi vuole scrivere: l’incontro di una necessità radicale di parlare con un’arte di parlare. Cercare di imitare queste opere è aprire l’unico cammino attraverso cui ciò che chiede di essere scritto può arrivare a se stesso e agli altri. La mia poesia è nata, nasce da questo principio (bisogno di rispondere a questioni fondamentali, di dire qualcosa di fronte alla perplessità, a un silenzio molto perturbatore) e dal lungo apprendimento di un’arte, di un modo di dire. Mi ricordo di me a 18 anni che passavo in pullman per una strada di questa città guardando il marciapiede e pensando: ma perché guardo questo marciapiede e non mi basta, perché penso che devo scrivere quando guardo qualcosa? Pensai ciò con rabbia proprio perché non riuscivo a scrivere niente. La povertà di una non-scrittura era la povertà di quel marciapiede, brutto, sporco, poco illuminato. Forse ciò che sto dicendo può portare a una comprensione sbagliata. Non si tratta di dire che il reale è inferiore, che la scrittura può trasmettergli qualcosa di più, renderlo più bello o cose così. Il reale deve essere detto, di nuovo. Ciò ce chiamiamo reale è ciò che è già stato detto. Ci sono strati e strati di linguaggio, già solidificati, che lo ricoprono, c’è un eccesso che ci impedisce di partire di nuovo dal punto da cui deve essere detto. Dobbiamo tornare alla povertà di un non detto per poter dire. Ciò significa che tutti noi, come coloro che ancora non hanno detto il vero, soffriamo dello stesso dislocamento, di questa stessa inadeguatezza. Tutti noi, per la nostra costituzione che è la povertà, siamo poeti. Quando qualcuno che non è strettamente poeta legge un poeta è toccato dalla stessa povertà che è la sua propria povertà. La poesia in questo senso è anche compassione. Povertà che tocca a fondo nell’anima il luogo da cui si sprigiona ogni bellezza.

Crede che la poesia abbia una funzione sociale?

Senza dubbio, ne sono convinta. La poesia ha un posto negativo rispetto alla società. Da molto tempo i poeti non hanno niente da fare nella repubblica, nessun ruolo da svolgere. Sappiamo dell’esistenza di un tempo in cui furono banditi perché erano perversi, sviavano, confondevano. Oggi i poeti sono banditi come inutili, come coloro che non svolgono un’attività seria. La poesia oggi, come sappiamo, non è cosa da uomini. In una società patriarcale, maschilista, fallocentrica, un uomo che fa poesia resta al margine, occupa lo spazio della donna o del bambino. La sua condizione è vergognosa. Immagino che ciò che salva gli uomini poeti dall’umiliazione pubblica è il fatto che possono aggrapparsi alla loro professione. Il soggetto è poeta, ma a un certo punto può essere preso sul serio perché è anche avvocato o medico o guardia di finanza o traduttore o professore. Ma è per il fatto che il poeta non è niente o è definito tale che gli altri che svolgono funzioni serie nella società sono, che il poeta ha libertà, che è libero da qualunque freno, ostacolo per dire la verità. In questo senso si avvicina a quel bambino che ha peli sulla lingua.

Ma non avere peli sulla lingua implica una data posizione rispetto al linguaggio. Questo dire che la società ha di autoritario implica uscire da una lingua che ci è imposta, da una lingua che nasconde significati. Il poeta non ha freni inibitori nel reinventare la lingua, nel fare della lingua la lingua che deve essere democraticamente prodotta, nel fare della lingua una festa a cui tutti possiamo partecipare. Solo così i significati sono liberati. Per essere poeta oggi bisogna pensare radicalmente il rapporto tra poesia e democrazia. Curiosamente, colui che mi rifiuto di chiamare presidente, colui che ha la sfacciataggine di occupare la poltrona del presidente della repubblica, il golpista e usurpatore del potere, come è chiamato nelle strade, ha la stessa sfacciataggine di definirsi poeta. Questo ci dice molto su democrazia e poesia.

Intanto, in Brasile i poeti e gli artisti che stanno lottando conto l’attacco alla democrazia stanno sempre più assumendo una posizione di rischio. C’è una poesia che adoro del poeta paulista Ruy Proença. Questa poesia fu scritta prima che il passato si intromettesse nel nostro presente, perché oggi i muri hanno cominciato di nuovo ad avere le orecchie come all’epoca della dittatura militare. Ma ciò è sempre una conseguenza di un’inversione che il poeta indicava nella sua poesia “Tiranias”: Anticamente / dicevano: attenzione, / i muri hanno le orecchie. // Allora parlavamo piano, ci pattugliavamo. // Oggi, le cose son cambiate: / le orecchie hanno i muri. // A niente / serve / gridare.[1]

Cosa ha significato per lei vincere il premio Jabuti, il premio di letteratura più importante del Brasile?

Il Prêmio Jabuti è il premio letterario più conosciuto in Brasile, in un circolo più esteso. Al contrario di altri premi letterari – che in Brasile sono pochi, hanno una quantità che non corrisponde alla qualità e alla diversità di ciò che viene scritto – questo premio ha un valore simbolico anche per coloro che non sono strettamente legati alla letteratura. Quando qualcuno dice che hai vinto il Jabuti, sei visto come qualcuno che forse non ha letto molto con ammirazione e rispetto. Nel mio caso, un significato molto pratico è stato vedere il mio libro arrivare in alcune importanti librerie e in un luogo di un certo spessore. E ciò è raro con la poesia. In genere i libri di poesia sono venduti sui siti, ma non si trovano esposti nelle librerie più cult delle capitali. Più tardi ha significato che più gente ha letto la mia poesia. Un premio attira molta attenzione verso un libro che potrebbe rimanere completamente ignorato a dispetto della qualità. Ci sono libri meravigliosi di poesia che non si trovano nelle librerie. Sappiamo di loro perché i poeti vivono tra i poeti, nelle letture, seguendo i post su Facebook. Ha significato anche che, avendo letto il mio libro, molte persone mi hanno scritto e io ho potuto conoscere un po’ del percorso che il libro sta compiendo nel mondo, nella vita delle persone, il modo in cui la mia esperienza si incrocia con quella di tanti altri. Ha significato anche che sono stata chiamata a parlare della mia poesia e questo mi ha dato un’enorme opportunità di riflettere su ciò che scrivo. Ma parlando dell’allegria immediata, quando ho saputo del premio, posso solo descriverla con immagini del calcio. Per esempio, il modo in cui avviene il tragitto della parola in una poesia per compiere la sua funzione che è trarre l’esplosione di un’intensità che è sempre, anche nella tristezza, un’allegria. Dico sempre ai miei alunni: pensate alla traiettoria della palla quando è calciata in direzione dei pali da una selezione di grandi giocatori. La palla non fa un cammino prevedibile, non percorre uno spazio dopo essere stata calciata in modo prevedibile. È l’invenzione, l’inedito, ciò che lascia l’avversario “venduto” nel lancio che fa l’allegria del calcio. Il goal è solo la conclusione. Non avvenne, per esempio, nel1982, quando il Brasile perse contro l’Italia di Paolo Rossi, dopo un errore spiacevole di passaggio di Toninho Cerezo. Il calcio arte, il calcio-poesia non fu campione. Fummo campioni dopo, capitanati da Dunga, e questo ci costò una grande perdita. Quindi – tornando al Jabuti – un premio letterario oggi in Brasile è disputato da libri eccellenti. Si può dire quali sono i nostri preferiti, ma raramente si può dire che questo o quello ha una qualità così incontestabilmente superiore che sarà certamente premiato. Quelli che in Brasile vogliono sapere chi sarà il nuovo Drummond, il nuovo João Cabral, la nuova Cecília Meireles o la nuova Hilda Hilst, stanno vivendo una nostalgia di panteon incontenibile. La/il “grande poeta” in Brasile oggi potrebbe solo dire “io sono trecento, sono trecentocinquanta”, per citare Mário de Andrade. Anche nel calcio abbiamo diverse squadre e alcune sono di grandi giocatori. Ma se si potesse determinare a priori il meglio non ci sarebbe gioco, non ci sarebbe bisogno della finale di campionato. Ciò che decide il campionato è la palla che oscilla nella rete. E questo è un avvenimento così imponderabile, tante cose entrano in gioco perché questo avvenga, che possiamo solo alzarci e festeggiare, con un grido che è un’esplosione di allegria che riconosce che avrebbe potuto non succedere, che l’altro avrebbe potuto vincere, ma no, è stata la mia squadra a vincere. Quindi il premio per me ha significato l’avvenimento, questa rete che ha oscillato e questo grido di allegria.

In questo periodo sta vivendo in Europa per motivi di studio, in Germania. Cosa prova a sentirsi lontana da casa in un momento così critico per la politica brasiliana?

In realtà, sto per tornare in Germania, a Berlino, dopo un anno. Sono arrivata qui nell’ottobre del 2016 e sono tornata all’inizio di aprile del 2017. Sarei dovuta venire con una borsa di dottorato all’inizio del 2016, dopo aver partecipato a una selezione di borsisti organizzata da due agenzie di incentivo alla ricerca del Brasile e dal Daad. Non vinsi la borsa perché, sebbene il progetto fosse stato ben valutato, non detti l’ok per registrare il nome della mia relatrice in Germania. Ma proprio per non aver vinto la borsa, sotto l’impatto dell’impossibilità di realizzare una cosa che desideravo molto, ripresi delle poesie che avrebbero potuto formare un libro, continuai a scrivere e così nacque Quase todas as noites, un libro che definisco, in una poesia inedita chiamata “O ano em que não fui para a Alemanha”, essere stato scritto a partire da un desiderio di cercare e trovare l’allegria che nessun viaggio avrebbe potuto darmi. Questa poesia parla anche del 2016 come un anno di resistenza al colpo di Stato che ci ha rubato tutte le conquiste: sociali, culturali, sessuali. In quell’anno ero in strada, con i miei amici, con tutti coloro che divennero vicini per lo stesso rifiuto dell’orrore che stavamo vivendo. La votazione dell’impeachment della presidente eletta da chi aveva cominciato la sua giovinezza lottando per il ristabilimento della democrazia in Brasile, che aveva e ha grande riconoscenza per coloro che iniziarono e proseguirono in questa lotta, negli anni di piombo, perdendo o esponendo la propria vita a qualsiasi rischio (la nostra presidente era tra loro), ha significato una sconfitta difficile da superare. Siamo stati tutti scagliati in una tale perplessità, in un tale sconforto, che solo ora forse ne siamo usciti, per esempio con questo grande movimento di resistenza che è il #Lulalivre. Nel 2017 dovevo terminare la mia tesi. E decisi di farlo a Berlino, con i fondi di un risarcimento che avevo ricevuto per la perdita della mia macchina in un’inondazione. Ma nonostante avessi studiato molto a Berlino, capii che non sarei riuscita a scriverci la mia tesi, che avevo bisogno della familiarità della mia scrivania, della mia stanza, della mia casa, con vicino famiglia e amici. Quindi, tornai, triste perché avevo passato lì l’inverno e vissuto solo un po’ di primavera. Discussi la tesi a marzo e, avendo lunghe ferie dal lavoro, decisi di tornare per finire, stavolta, il mio viaggio. Per vivere un pochino di Berlino, che un mio amico di qui diceva che non conoscevo affatto, perché vi ero rimasta solo d’inverno. Avendo tradotto molte poesie di una poeta tedesca di nome Rose Ausländer, che parla tanto di alberi che conoscevo solo per le mie ricerche in internet, ora cammino per vie e parchi cercando di conoscerli di persona. Starò qui fino a fine giugno. Da allora, di nuovo la vita reale, realissima.

Qual è il problema più grande davanti al quale si è trovata nella traduzione di poesia? Per tradurre poesia bisogna essere poeti?

Sì, bisogna essere poeti per tradurre poesia. Chi, infatti, riesce a trovare una traduzione a una poesia è poeta, anche se non scrive poesia nella sua propria lingua. Mi ricordo di un testo di Antoine Berman sulla traduzione che lessi tempo fa. Egli parla – non riesco a ripetere le esatte parole – di un’unità del testo alla quale il traduttore doveva aver accesso per tradurre un testo letterario. Quest’unità credo di poterla visualizzare come un avvenimento, un momento unico, un’intensità che spara sensi. L’esperienza di questa unità, si questo avvenimento, di questa intensità è l’esperienza della poesia. È questo, secondo me, che porta qualcuno a tradurre una poesia. Chiaro che egli ha questa esperienza e poi dopo affronta questioni di traduzione che sono tecniche, chiaro che il lavoro si divide in vari compiti: come tradurre questo verso, come tradurre questa parola, che soluzioni posso cercare nella mia lingua per questo o quel problema di traduzione? A volte devo staccarmi dalla densità, dall’intensità che rappresenta una poesia per ricercare in dizionari, enciclopedie, su Google, per consultare altre traduzioni nella mia lingua o in altre. Ma la totalità che definisce una poesia non deve mai essere persa di vista. Anche quando scriviamo una poesia nella nostra lingua abbiamo altri testi come base. Scrivere e tradurre poesia sono due modi di imitare testi abbiamo letto, che sono così potenti per noi che non sono mai finiti, che ci intimano di prendere da loro qualcosa come compito per noi. A volte una soluzione trovata dopo una grande riflessione che sembra non concludere niente è così magica, percorre cammini così inusuali quanto quelli percorsi quando ci capita un verso di poema. È perché l’originale ci ha posto in un flusso che ci porta a percorrere intensità, a essere attraversati da loro. Non so come distinguere il piacere e l’allegria che ho nel fare una buona traduzione di poesia e quelli che provo quando scrivo una poesia. Da molto tempo entrambi i modi di fare poesie sono essenziali per me. È anche per via di questa relazione che vedo tra questi due modi di mimesi che non riesco a capire bene questa melancolia del traduttore. Scoprire che non riesco a tradurre una poesia non è un problema per me, perché non riesco neanche a scrivere tutte le poesie che voglio. E queste poesie sono ancora più intraducibili perché non riesco a leggerne l’originale. Ma non scrivere una poesia è ciò che mi porta a scriverne un’altra. E così non tradurne una. Appare sempre un altro che è possibile tradurre.

Credo che il più grande problema che ho mai incontrato nella traduzione poetica mi anticipo, leggo nella poesia ciò che voglio leggere. All’inizio pensavo fosse per il mancato dominio della lingua, perché ho cominciato a tradurre dal tedesco senza la conoscenza che ho oggi (conoscenza comunque limitata di fronte alle difficoltà della lingua). Ma più tardi mi sono resa conto che è un meccanismo simile a quello dei lapsus. Ciò può essere interessante in alcuni momenti, ma devo sempre prestare attenzione. Nella mia poesia, per esempio, il sogno ha una grande importanza, perché mi porta poesie. Molti dei sogni che ho, in qualche modo, hanno già qualcosa di poetico. Ho passato cinque mesi a Berlino, dall’ottobre 2016 a aprile 2017, e allora una notte ebbi uno di questi sogni, in cui acquisivo intimità col tedesco, perché per la prima volta avevo un lapsus in questa lingua. Più avanti tradussi il sogno in questa poesia: Fu in questa camera / che ora devo / lasciarmi / alle spalle / che una notte sognai / un foglietto /sporco e accartocciato / in cui era / scritto / in un tedesco / tutto sbagliato / una frase che / potrebbe essere / sia / sie will fliehen/ (lei vuol fuggire) / che / sie will fliegen / lei vuol volare.[2]

7 maggio 2017

 

Simone Brantes è nata a Nova Friburgo nel 1963. Ha pubblicato due libri di poesie: Pastilhas brancas (1999) e Quase todas as noites (2016), con l’editrice 7Letras. Ha pubblicato poesie e traduzioni di poesia in giornali e riviste come O Globo (Página Risco), Inimigo Rumor, Poesia sempre, Polichinello, Revista Piauí, Action Poétique e Lyrikvännen. Ha partecipato ad alcune antologie come A poesia andando: treze poetas no Brasil (Lisboa/Cotovia) e Roteiro da poesia brasileira. Anos 90 (São Paulo/Global). Nel 2017 ha vinto il premio letterario più importante del Brasile, il Prêmio Jabuti, per la sezione poesia con Quase todas as noites.

 

[1] Antigamente / diziam: cuidado, / as paredes têm ouvidos. // Então falávamos baixo, nos policiávamos. // Hoje / as coisas mudaram: / os ouvidos têm paredes. // De nada / adianta/ gritar.

[2] Foi nesse quarto / que agora tenho de /deixar / pra trás / que / sonhei uma noite / com um papelzinho / sujo e amassado / onde estava / escrito / num alemão / todo errado / uma frase que / tanto / poderia /ser/ sie will fliehen / (ela quer fugir) / quanto / sie will fliegen / ela quer voar.

 

 

Categorie: Poesia

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