Lei è, assieme a Fabio Pedone, il traduttore italiano di Finnegans Wake di James Joyce, tra gli autori più rappresentativi del modernismo europeo. Il libro è l’opera aperta per antonomasia, completamente condensata nella sua ambiguità, pensata per essere interpretata all’infinito. Così, l’opera si apre anche a infinite traduzioni. Com’è che un traduttore si pone davanti all’interpretazione e ri-creazione di un testo simile?

Il Finnegans non è un’opera aperta qualunque nel senso che intendeva Umberto Eco; vale a dire, un’opera la cui semiosi aperta è parte del suo processo generativo. In parole povere, l’autore di opere aperte prevede lui stesso che siano aperte, e mina dunque in partenza l’autorità di un qualunque critico, e persino di se stesso in quanto interprete della propria opera. Il Finnegans è invece un’opera infinitamente aperta, aperta come quello che Joyce chiamava “caosmo”, un cosmos caotico, infinito, un multiverso, qualcosa di più che uno spazio “plurale come l’universo”, come voleva Pessoa. Un infinito in cui ogni centro è periferia e viceversa. Un multiverso Bruniano, Einsteniano. E dunque anche soggetto sia a espansioni che a restringimenti. Come la mente che lo legge, può espandersi, o irrigidirsi. Un traduttore non ha dunque un solo modo di porsi, ma infiniti modi, quanti sono gli infiniti mondi di Bruno. Certo, senza decenni di studi su Joyce non conviene mettersi in testa di tradurlo, ma paradossalmente questo non vale per il lettore. Ih lettore non ha certo bisogno di essere un esperto erudito o colto di Joyce e della sua opera per immergersi nell’oceano delle sue parole. Ovviamente aiuta non esserne ignaro, ma Joyce invita proprio a questo, a perdersi dalla retta via del verbo. Il traduttore, o bisognerebbe dire lo straduttore di Joyce, è al contempo al servizio della semiosi infinita del testo, e dell’infinita capacità di fruirlo da parte di un lettore che non si ponga l’obbiettivo di diventarne un esegeta autoritario. Il Finnegans ci insegna, da lettori, a essere più liberi di quanto non immaginiamo. Eppure, ci insegna anche il massimo rigore della serietà, dell’impegno. Comporta un impegno a migliorarci in quanto interpreti, e anche in quanto persone che si avvicinano criticamente al mondo e alle sue rappresentazioni.

La prima caratteristica che contribuisce a rendere l’opera aperta è il linguaggio babelico, che suona inglese ma contiene in realtà decine di lingue, e che fu usato dall’autore poliglotta nel tentativo di forzare le barriere di quella prison-house of language per avvicinarsi al caos primordiale dell’animo umano. Qual è il problema più grande davanti al quale si è trovato durante la traduzione? La fusione etimologica tra lingue diverse è stata mantenuta nella versione italiana?

I problemi che affrontiamo giornalmente sono quasi tutti di eguale importanza e pongono egualmente insormontabili difficoltà. Tutto nasce dal fatto che il Finnegans è per certi versi una traduzione e come fare tradurre una traduzione? perché farlo? Direi che il lettore italiano troverà nella nostra versione un numero di “fusioni linguistiche” paragonabile a quello dell’originale, anche se le lingue non sono le stesse, perché – e ce lo spiegò proprio Joyce nel tradurre una parte del suo testo in uno stra-italiano – la nostra è una lingua romanza, e quasi obbliga a giocare con il polilinguismo in ambito di lingue romanze. Mentre l’inglese, lingua germanica, va più agilmente a braccetto con le altre lingue del nord. Il punto di giocare con le lingue è più serio di un gioco. Joyce non vuole mostrarci quanto lui sia poliglotta, o quante lingue conosca. Non ha interessi narcisistici. Non si confronta con gli altri, e non si presta alla nostra ammirazione. Invece, ci pone di fronte a degli ostacoli inani ma anche ingiusti, quelli dell’incomunicabilità tra le lingue, ostacoli che vanno irrisi. Questo tenta di fare, e noi, come tanti altri suoi straduttori, proviamo a seguirne le tracce.

Al di là dell’aspetto traduttologico, c’è da parte di Joyce una vena satirica (o politica) nell’uso di una lingua inglese tarlata da altri idiomi?

Chiaramente, la sua è una vendetta nei confronti dell’inglese, lingua imposta agli irlandesi, ma anche accettata per pavidità da generazioni precedenti quella di Joyce. Come con l’Ulisse aveva seppellito la falsità del compromesso realista, e tutto inglese, del romanzo vittoriano, con il Finnegans mette una pietra sulla bocca dei sepolcri della lingua degli invasori. Ma poi il messaggio politico supera le barriere della dicotomia Irlanda-Inghilterra, e ci parla di noi, di come possiamo e dobbiamo sentirci sempre linguisticamente emancipati. Dobbiamo saper inventare le parole, demiurgicamente, come i bambini. Dobbiamo sfiorare le soglie del nostro universo linguistico, perché a ben vedere, quest’universo è tutto costruito nella nostra mente, e coincide con i suoi confini. E sa perché? Per trasformarli in non-fini.

In questa avventura lei e Fabio Pedone siete i successori di Luigi Schenoni, che non portò a termine il lavoro. Può raccontarci la storia della resa in italiano di Finnegans Wake? Crede che il divario temporale tra l’inizio e la fine della traduzione avrà ripercussioni sulla coerenza del prodotto finito?

Schenoni, eroico traduttore al cui ricordo va tutta la nostra stima e il nostro affetto, lavorava in condizioni del tutto differenti. Nel silenzio, dei media, degli studiosi, dei lettori. Era uno dei pochi lettori della sua opera. E anche uno dei pochi in grado allora di penetrare il magma polilingue che compone il Wake. Ma lavorava anche con strumenti diversi, in un’era non digitale, in cui tutto era molto più macchinoso. E aveva un approccio che potremmo chiamare “filologico nella resa”, mentre il nostro è filologico all’origine. Invece, per quanto riguarda la resa (che però a volte è anche un arrendersi) noi seguiamo l’insegnamento di Joyce e cerchiamo di capire cosa voleva che fosse fatto con la sua opera nella traduzione in una delle “sue” lingue, l’italiano. Di qui la musica, la grande ironia ai limiti dell’oscenità, lo sproloquio, le canzonature, le oscenità. Ma, a differenza di Joyce, noi non siamo così liberi di riprodurre un testo che sia quasi del tutto indipendente dall’originale. Come Schenoni, anche noi viviamo in regime di libertà vigilata. O magari di libertà condizionale.

In cosa consiste il lavoro in coppia di due traduttori? È pratica comune o eccezionale nel mondo della traduzione editoriale?

È abbastanza un’eccezione, nel ramo, anche se ci sono esempi illustri di collaborazioni simili. Anche in campo joyciano. Lui stesso tradusse con Nino Frank; e i nostri colleghi olandesi sono anche in due. E pure Borges è stato tradotto in coppia. Ma a ben vedere, le collaborazioni traduttive fanno parte della storia del tradurre: pensiamo alla Bibbia dei Septuaginta. Siamo insomma in buona compagnia. Tradurre in due (e noi siamo per giunta in continuo contatto con tantissime altre persone, studiose o meno di Joyce, in grado di dialogare col nostro lavoro) è anche un modo di sopravvivere all’impossibile possibilità di questa impresa che alcuni ritengono folle. Infine, è molto più divertente. Credo che una traduzione solitaria del Finnegans potrebbe condurre alla pazzia, o a un blablare per nulla babelico.

Nel suo mestiere, è più importante rispettare precetti nozionistici o seguire intuito e creatività?

È importante leggere molto, e anche aver iniziato molto presto. Un buon traduttore è innanzitutto un buon lettore. I nozionismi li lasciamo a tutti quelli che, come diceva Wilde, hanno smesso di imparare per mettersi a insegnare. La creatività è parte di qualunque impresa traduttiva. È persino impossibile parlare, men che meno scrivere, senza essere creativi. Siamo tutti esseri traducenti, interpretanti, da quando veniamo al mondo; dunque, siamo tutti sempre di  per sé creativi. Non bisogna lasciare questo magnifico aggettivo, “creativo”, alle banalità della “scrittura creativa”, alle ridicolaggini dei “creativi”, siano essi architetti, pubblicitari, o addetti al marketing. Siamo tutti creativi, non c’è scampo. Una traduzione non creativa non esiste, o non ha ragione di esistere.

Le traduzioni delle grandi opere si rincorrono nel tempo, come se un testo dovesse essere continuamente aggiornato in sincronia e in diacronia. Crede che in futuro qualcuno riprenderà in mano il Finnegans Wake per rifarne una traduzione italiana tutta nuova?

Io spero che ciò non avvenga solo nel futuro, ma addirittura nel presente. Ogni grande opera merita tante traduzioni, anche contemporanee. Cosa che avviene con Shakespeare, ad esempio, ed è stato così anche per l’Ulisse che tradussi anni fa, oramai. Ma non si tratta di aggiornamenti. Due letture contemporanee dello stesso testo portano a rese diverse. La traduzione non è un’equazione, e non scade come lo yogurt. Leggiamo ancora lo Sterne di Foscolo, con tutte le bizzarrie che contiene. Le traduzioni non servono a scalzarsi a vicenda, ma a illuminare da punti di vista diversi, la stessa porzione di mondo testuale, lo stesso world of words per citare il grande Florio, un italiano autore della traduzione inglese dei saggi (in francese) di Montaigne. Tradurre vuol dire amare, e si può amare lo stesso testo, come una persona, in tanti modi diversi contemporaneamente. E possono amare lo stesso testo, o la stessa persona, tante altre persone contemporaneamente. Non poniamo limiti all’amore, per cortesia.

Enrico Terrinoni è Professore Ordinario di Letteratura Inglese presso l’Università per Stranieri di Perugia. È autore di libri, articoli, saggi e traduzioni per alcune delle più importanti editrici italiane, come Feltrinelli, Adelphi e Newton Compton. Collabora con diverse testate giornalistiche, prima tra tutte Il Manifesto.

Maristella Petti (1992) è nata e cresciuta a Bolsena. Spostatasi a Perugia per studiare lingue, ha conseguito la laurea specialistica in letterature luso-brasiliana e inglese e traduzione editoriale. La sua area di maggior interesse riguarda il connubio politica-letteratura brasiliana. Lavora dal 2015 come addetta di biblioteca presso l’Università degli Studi di Perugia.


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